Ti Schiaccio la Testa – Le voci della metamorfosi – di Satyamo W. J. Hernandez

Ti Schiaccio la Testa – Le voci della metamorfosi

Satyamo William John Hernandez (presidente A.E.D.O., regista teatrale, art counsellor)

Abha Federica Mariano (psicologa, A.E.D.O.)

Premessa: Le voci della metamorfosi e la metamorfosi delle voci

Riportiamo in questo articolo alcune impressioni tratte dall’esperienza maturata nei laboratori teatrali avviati nel 1996 presso il Centro Diurno psichiatrico della Valle del Serchio, nella USL Toscana Nord Ovest. Faremo riferimento ad un allestimento scenico liberamente ispirato al racconto “La metamorfosi” di Franz Kafka, in cui il protagonista, Gregor Samsa, si risveglia un mattino e si trova tramutato in un gigantesco e orribile insetto. Da lì hanno inizio le sue vicissitudini di persona reietta e mortificata.

Questo tema offre gli stimoli e le suggestioni ai partecipanti per rievocare le proprie angosce, i propri deliri, le proprie allucinazioni. Queste vengono proposte al gruppo e condivise. Uno dei sintomi più frequenti e strazianti è rappresentato dalle “voci”, che assillano i pazienti denigrandoli, minacciandoli o commentando i loro atti. Ebbene, proprio le voci diventano materia di elaborazione scenica da parte dei pazienti stessi che, in questo modo, hanno l’opportunità straordinaria di diventare registi della propria sofferenza, trasformandola in una proposta artistica. Ne è scaturita una piece teatrale che ha girato nelle sale e nelle piazze d’Italia. Il titolo è  “Le Voci della Metamorfosi”.

Incursioni di resilienza teatrale

Quando abbiamo iniziato a nutrire l’idea, venti anni fa, di sviluppare performance teatrali da portare davanti al pubblico “fuori” del centro diurno, dove già da qualche anno lavoravamo con il teatro trasformativo, ci rendevamo pienamente conto che nella fantasia pubblica il centro diurno psichiatrico di Via Asilo numero 1 era il luogo dei “matti”. Nonostante nei venticinque anni di vita passata a lavorare con attori diagnosticati “mentalmente fragili” io non abbia ancora incontrato uno di loro che potrei, in tutta onestà e con cognizione di causa, chiamare “matto”, l’accostamento tra il centro di salute mentale e il “matto” persiste.

La verità è che quando si entra in relazione profonda con una persona, come naturalmente accade nel lavoro del teatro, sommando ore ed ore di trascorsi e vissuti, lacrime e risate,  ogni idea di matto, folle, pazzo o svitato svanisce.  Il cosiddetto matto diventa persona…quella persona, con le sue problematiche, sofferenze, con le sue idiosincrasie, peculiarità e differenze. L’alterità diventa inesorabilmente normale.

E no, non partecipo nemmeno all’idea che siamo tutti matti, come dicono spesso molte persone solidali e ben intenzionate  No…non siamo tutti matti! Ahimè, la maggior parte di noi è maledettamente sano!  Per potersi definire “matto” va pagato uno scotto molto alto: di fatica, dolore, paura e frustrazione.  Bisogna munirsi di un’ onestà disarmante, quasi masochistica, per esporsi al giudizio sociale, istituzionalizzare il proprio mondo interiore, giocarsi il diritto di essere preso sul serio, perdere la propria voce.  In verità, vivere nella propria zona crepuscolare richiede molto coraggio e sopportazione.

Decidemmo nel gruppo di partire proprio da quello che il pubblico inconsapevolmente si poteva aspettare: il matto scatenato, il matto da legare, il matto all’apice della sua crisi, all’apogeo della propria mattanza, il matto pericoloso!  Con cura e meticolosità, ci siamo prodigati a studiare “il matto in noi!”  Il Centro Diurno divenne una vera “scuola di follia”.    Che matto sei?  Dove è la tua follia?  Come si esprime?  Cosa vuole?  Dove pulsa nel tuo corpo?

Lentamente, superando normali timidezze e scartando banali ovvietà, siamo riusciti ad esprimere il “Folle” con la effe maiuscola:  quello che si strappa i capelli e si butta giù per terra contorcendosi come un cencio… quello che grida a squarciagola, terrorizzato dai mostri che solo lui riesce a vedere… quello che impreca con il pugno alzato contro gli uomini e gli dei…e quello silenzioso, perso nell’oscurità della propria ombra, nell’apparente nullità della propria esistenza:  il folle de’ no antri.

Finalmente, confrontandoci con gli sguardi di un pubblico venuto, in buona fede, a vedere i “ragazzi” recitare qualche probabile noioso esercizio di verosimiglianza, irrompemmo invece in scena con la furia di una mattanza decisamente esagerata.  Risuscitammo volutamente i fantasmi del vecchio padiglione manicomiale, riempiendo l’area con lo tsunami di una presunta e cacofonica follia, solo per fermarci, ad un colpo di piatto, e con letale lentezza rivolgere lo sguardo al pubblico, come per dire: “cosa cavolo vi aspettavate?”, e scoppiare in un’improvvisa e sonora risata di irrefrenabile derisione e scherno.   Ma, ad un nuovo colpo di piatto, le risate rientrarono…e il cosiddetto matto si levò la maschera e divenne “attore”…e la performance ebbe inizio.

Nell’esplorare a fondo le nostre follie, pur trattandosi di follia immaginaria, ci siamo accorti che, come disse il poeta Baudelaire, “l’immaginazione è la regina del vero” ed oltre a sentirci stranamente affini con le caricature grossolane che avevamo evocate, ci siamo accorti che nella ricerca delle nostre follie c’erano anche “le voci”. Voci che da una parte si sapeva emanavano dalla nostra testa, ma che comunque si distaccavano a tutti gli effetti dalla testa, diventando altro da noi: vere. Voci persecutorie che con ossessiva insistenza diventavano ordini,  o suggerimenti persuasivi che si insinuavano tra le maglie della nostra identità, nei momenti di debolezza e scarsa presenza. Voci che penetravano il silenzio della nostra solitudine per giocare con le paure e diventare evidenza di un mondo ostile ed antagonista o, contrariamente, di un mondo buono, dentro al quale la propria cattiveria era deprecabile e indegna. Voci che danno voce, in un gioco egocentrico, ai giudizi di un mondo che, guarda caso, ti tiene d’occhio e  ti condanna, pronto a punirti per i tuoi peccati, o castigarti per le tue mancanze. Le voci che cercano di cambiarti… le voci della metamorfosi.

Furono proprio le nostre voci a dirigerci verso la creazione delle scene che composero il lavoro teatrale intitolato: “Le Voci della Metamorfosi”. Utilizzando come traccia il racconto kafkiano su Gregor Samsa che, destandosi un mattino da sogni inquieti, si trovò tramutato in un enorme insetto, cercammo di raccontare la storia dell’uomo trasfigurato ed incapace di trasmettere la propria umanità, tormentata ed intrappolata in un corpo inespressivo che non riesce a comunicare ciò che sente. Un uomo in balia delle voci che testimoniano i segreti del proprio lato oscuro.

Cosa ci dicevano queste voci?

A noi le voci dicevano: “Ti schiaccio la testa…te la pigio giù.”  “T’ammazzo!”  “Tutti ti vedono!” “Non c’è la farai mai…neanche se scappi! Ti ho in pugno!” “Lesbica! Frocio!  Idiota! Sei cattivo! Sei dannato! Spacca tutto”!

Erano le nostre voci. Salivano da dentro, o da fuori… la stessa cosa. Ci giudicavano, ci assalivano, erano la voce di Dio, o del diavolo; della Vergine Maria o del buon santo di turno. Erano la voce della mamma, del babbo, della nonna o dell’alieno extraterreste che ti perlustrava dentro.

A noi le voci dicevano: “Non vali niente. Sei un fannullone. Ammazzati! Trovati un lavoro!  Non stai vivendo la tua vita!”

Era la voce del Carabiniere: “Fermati o ti sparo!”, del Giudice: “Sei spregevolmente colpevole”, o la voce della maestra, del professore, o del prete: “Ti scomunico, brucerai nell’inferno!”

A noi le voci dicevano: “Non ti basta mai! Svegliati, buono a nulla!” “Tagliati i cappelli, fricchettone!” “Alzati, vai a cercare un lavoro!” “Trovati una ragazza!” “Fatti una doccia che puzzi!”

E le abbiamo tirate fuori le nostre voci, le abbiamo gridate, cantate, bisbigliate, ma soprattutto le abbiamo ascoltate e le abbiamo ripetute fino alla nausea: “Non vali una sega, non vali una sega, non vali una sega”, “non ce la farai mai, non ce la farai mai, non ce la farai mai” – finché si schiusero le storie nascoste e le voci divennero tracce per un racconto teatrabile.

Lo chiameremo Claudio.  Era appeso ad una rete…bloccato.  Non riusciva ad andare da nessuna parte, ne sù ne giù.   Non riusciva nemmeno a decidere da che parte stare – e si tormentava.  Si tormentava perché era chiaro che da una parte c’era il buono, dall’altra c’era il cattivo.  Io, sono  buono, o cattivo?

E le voci dicevano: “Dove ti credi di andare?  Non andrai da nessuna parte”! Sei un pervertito!

Claudio non sapeva se meritava di andare in Paradiso o all’Inferno. Nel paradiso c’era tutta la sua educazione Cattolica, nell’inferno tutte le sue pulsioni private.  La sua storia divenne la storia di un povero diavolo che come Prometeo, appeso e condannato a condannare mentre rimaneva incatenato, in bilico tra l’inferno ed il paradiso, riusciva sì a giudicare gli altri, a decidere se mandarli all’inferno o al Paradiso, ma per se stesso, il giudizio non arrivava. Ed il gruppo incalzava: ” Claudio…ora tocca a te decidere…dove vuoi stare?” Ma Claudio rimaneva fermo: “Stirato e straziato da forze contrapposte, più grandi di lui, Prometeo finisce immobile, paralizzato… prigioniero delle sue stesse catene.”

        Luca, uomo dal cuore grande e dalla pancia prosperosa, giocava da solo, sempre da solo, nel campetto da calcio dietro alla chiesa. E le voci dicevano: “Fatti valere, ciccione. Basta, giochi sempre da solo…chiama gli amici, coglione. Sei il solito birbante… un povero figlio smarrito…”

Nonostante fosse solo, riempiva il campo e lo stadio con amici inesistenti che chiamava con il suo cellulare. “O Enzo, vieni a giocare una partita?”, “Certo Luca, ci sarò!”, O Marco, vieni a giocare una partita?”, “Benissimo, Luca, arrivo subito!”.  E così via, tutti chiamati a raduno per la grande partita. Da solo, Luca mirava alla porta ma stranamente calciava la palla contro la finestra dello scorbutico Signor Bruno, “Ragazzaccio di merda, ti rompo questa palla sulla tua testa!”  E quando riusciva a battere un gol lo stadio andava in delirio: “Lu-ca…Lu-ca…Lu-ca…Lu-ca” e Luca riusciva a gridare così forte che religiosamente usciva Don Ignazio, “Cosa fai?!!! C’è la messa.  Sei il solito birbante…un figlio smarrito!”  “Scusa, Don Ignazio, stiamo facendo una partita.”

Luca raccoglieva la palla e mentre faceva per andare via qualcuno gridava, RIGORE!!!”. “E no”, diceva a se stesso, “ora ci penso io”!!!  E lo stadio tuonava di nuovo, “Lu-ca…Lu-ca…Lu-ca…Lu-ca”, mentre lui piazzava la palla. Fischio dell’arbitro… cannonata micidiale…”GOOOOOOOOOOOOOOL!!!”

Lo chiameremo Pasquale, lui vede il mondo dalla porta di una piccola stanza, dalla quale non esce mai. Risuonano le voci di un mondo persecutorio, che riescono a penetrare dentro le mura del suo mondo. Dicono: “Pasquale, ma sei ancora qui?” “Ti sparo!” “Un giorno ti spacco la faccia, capito?!” “Lo capisci che sei finito…sei un uomo morto!” “Ti scomunico!”

Si presentano a lui: il Carabiniere con la pistola puntata, lo psichiatra, l’infermiera, la negoziante, il bullo di quartiere, il prete e la sua ex che l’ha mollato anni prima.

Le voci dicono: “Tra noi è finita!” “Ti ricovero!” “Sei un uomo morto!” “Nel mio negozio non ci metti più piede!” “Ti spacco la faccia!” “Ti mando in SPDC!” “Ti scomunico!”. 

         “Perché tutto questo a me? Io sono qui solo nella mia stanza. Sempre solo.”

E ad un tratto una ragazza gli si presenta alla porta. Bella. Lo guarda da fuori della stanza con le braccia tese.  Lentamente lui, sospettoso, fa un passo verso di lei. La tocca, ma decide che è solo un fantasma, e gli gira le spalle. Ma è troppo tardi, lui è già fuori. Vede, dall’altra parte della porta, la sua vecchia stanza e sente le sue vecchie voci che bisbigliano al suo interno…ma non sono più sue.  Lui è fuori. Fischiettando, esce di scena.

Facce e voci escono, guardando vuoti verso il pubblico, mentre una luce blu si spegne.  Buio.

Riflessioni per un teatro resiliente

Quelli che abbiamo descritto sono flash, barlumi di uno spettacolo nato dalle viscere di coloro che hanno sofferto nel cuore e nel corpo e che arrivano a parlare ai cuori e ai corpi degli altri, siano essi i compagni o gli spettatori.

La resilienza è proprio la capacità di gestire e fronteggiare le avversità uscendone potenziati. È una forza che sorge da dentro e che trasforma la sofferenza in risorsa. È uno slancio dinamico, un qualcosa che può essere deviante e trasgressivo e, come tale, foriero di  creatività.

Il teatro è anche resilienza sociale, perchè il gruppo, di fronte ad una crisi, sa trovare risorse di coesione e motivazione che contribuiscono a rinforzare il senso di appartenenza. Il teatro resiliente è il recupero di una sofferenza che viene tramutata in creatività e in gioia di socializzazione.

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